LA PESSIMA INFORMAZIONE (del Pd) CONTINUA A IMPERARE SULLA SANITA’ VESTINA

Stupisce che dopo anni di dibattito, confronto e scontro sulle sorti dell’Ospedale di Penne, il Pd, già forza di governo a ogni livello, tratti l’argomento con superficialità, approssimazione e disinformazione, come dimostra la sua Nota: “La cattiva informazione continua a regnare sovrana sulla sanità vestina” (Lacerbaonline 5 giu 2018).

S’inizia leggendo che “la Regione Abruzzo” avrebbe riorganizzata la rete ospedaliera secondo i dettami del decreto Lorenzin, “tra l’altro” si afferma “passato al vaglio della Conferenza Stato-Regioni durante il governo regionale Chiodi”. Già le prime quattro righe ospitano due affermazioni infondate. La rete ospedaliera non è stata riorganizzata dalla “Regione Abruzzo”! Se fosse vero, l’avrebbe decisa il consiglio regionale, l’organo a cui spetta la programmazione sanitaria, e non l’Ufficio del commissario ad Acta, con due decreti, nn. 55 e 79 del 2016, competente per effetto del commissariamento della sanità regionale.

Solo il 1^ ottobre del 2016 la regione ha parzialmente recuperata l’autonomia decisionale. Non inganni la circostanza che il commissario ad Acta fosse il governatore, intanto perché gli atti li controfirmava anche il sub-commissario, ma soprattutto perché il commissario agiva e firmava nelle vesti non di presidente della regione ma di delegato dal consiglio dei ministri che lo aveva nominato “ad acta”. Dunque, giunta e consiglio regionali sono stati solo spettatori della riorganizzazione. La seconda non verità è che il decreto Lorenzin sarebbe passato al vaglio della conferenza stato-regioni durante il governo Chiodi. Falso!

Per l’Abruzzo, alla seduta che diede il via libera al decreto partecipò Lolli, vice presidente della regione: governo D’Alfonso! Era il pomeriggio del 5 agosto 2014, il punto all’ordine del giorno era il n. 17 e, dal verbale della seduta, n. 12, pari data, non risultano né interventi né rilievi da parte di Lolli! Il documento sostiene, poi, che il San Massimo non avesse i requisiti numerici (20 mila accessi e bacino di utenza di 80 mila abitanti) del decreto Lorenzin, “anche a causa dei reparti chiusi durante lo stesso Governo Chiodi”. Una corbelleria!

Intanto, i primi tagli risalgono addirittura agli anni ’90, con Vincenzo Del Colle, per poi proseguire con Mazzocca, prima di arrivare a Chiodi e D’Alfonso/Paolucci ma, soprattutto, quei requisiti con i “reparti” non c’entrano nulla: i 20 mila accessi sono riferiti al Pronto Soccorso e non ai reparti e il numero degli abitanti è un dato esterno all’ospedale, ovviamente. La Nota del Pd espone, poi, l’affermazione centrale, madre di tutte le questioni: “l’unica soluzione, per la salvaguardia dell’ospedale, e norme alla mano, era la scelta dell’ospedale di area disagiata, scelta condivisa dalla passata amministrazione D’Alfonso e da molti altri sindaci vestini, molti dei quali adesso sfilano in contrasto di questa scelta”. Inesattezze e contraddizioni, smentite anche da documenti ufficiali! Anzitutto, viene fatta passare la classificazione del San Massimo quale ospedale di area disagiata come ultima spiaggia per scongiurarne la chiusura (“salvaguardia”).

Di grazia, quando mai e dove mai s’era adombrata o minacciata la sua chiusura? Non c’è documento o intervento ufficiale di apparati commissariali (sub-commissario compreso) e tavolo monitoraggio che abbia mai anche solo alluso a tale prospettiva! In secondo luogo, si parla di “scelta” come se la decisione fosse stata delegata o delegabile addirittura a livello comunale! Una panzana bella e buona. Quanto, poi, alle “norme alla mano”, proprio esse indicano l’alternativa praticabile: l’Ospedale Sede di Pronto Soccorso (punto 9.2.1, decreto), con tanto di deroga agli 80 mila abitanti prevista per le aree disagiate! Si dirà che rimaneva insoddisfatto il requisito dei 20 mila accessi al Pronto Soccorso. Ma è questo l’unico punto su cui la politica doveva impegnarsi, esercitando la sua pressione, la sua moral suasion. D’altronde, nemmeno Atri ha un bacino di utenza di 80 mila abitanti (dove sono?), eppure è Ospedale di base! Per il San Massimo, D’Alfonso, Paolucci e Mancini hanno rivendicato di aver ottenuto “di più” rispetto al consentito dal decreto.

È proprio questo che dimostra che scostarsi dal rigore, spesso insulso, della legalità si può. La loro rivendicazione lo conferma! Ma chi deve decidere quel “di più”? Perché il “di più” di Paolucci & Company sì e il “di più” dell’Ospedale Sede di Pronto Soccorso no? La sequela, poi, di UOC, UOS, UOSD e contorcimenti mandibolari simili, sono pannicelli caldi, perché i posti letto di diagnosi e cura vengono ridotti a 32 (a proposito: “norme alla mano”, dovevano essere solo 20..), con un crollo in verticale rispetto agli attuali che riduce il presidio a un grosso poliambulatorio. La lettura del documento offre, ancora, un contributo politico che sgomenta. Per spiegare lo stato desolante del San Massimo, sostiene che i lavori di ristrutturazione, macchinari nuovi, personale specializzato e difetto di eccellenza regionale, “se non nazionale”, sarebbero mancati per colpa degli attuali amministratori comunali e dei comitati che difendono l’Ospedale, perché non sarebbero “intervenuti per richiederli” (sic!!), così anche disincentivando dei medici a venire a Penne.

Nno sci si può credere, nno sci si può credere”, diceva un compianto dipendente del San Massimo! Sgomenta la puerilità e la temerarietà, di certo involontaria, di una simile tesi, più comica che assurda. E dire che quelli che avrebbero dovuto finanziare la ristrutturazione, dare personale e garantire i presupposti per l’eccellenza che dir si voglia, erano, da un lustro a questa parte, tutti esponenti del Pd, al governo, tutt’assieme, di nazione, regione, asl e anche comune di Penne (amministrato lungo 15 anni). Va bene che “chiedi e ti sarà dato” è un precetto evangelico ma non è “La legge dell’Attrazione” di Esther e Jerry Hicks, prenderlo troppo alla lettera richiede qualche lezione aggiuntiva di Catechismo! E poi poteva “richiederli” il Pd stesso. O non è stato ascoltato? Invero, gli investimenti per i lavori al San Massimo li hanno sollecitati anche i cani. Invano! E al proposito, perché il Circolo pennese del Pd, in difesa della dignità dei Vestini e dei pennesi, non ha manifestato indignazione per le assicurazioni del governatore e dell’ex ministro Lorenzin, smentite dai fatti, sulla firma, spacciata per imminente, dell’Accordo di Programma (“questa settimana”; “la settimana prossima”, “al rientro dall’estero del direttore generale”) relativo proprio ai famosissimi 12,5 milioni di euro? Per un partito, il silenzio non è una virtù! Quanto al risultato, evidentemente apprezzato dal Pd, “del quale oggi molti rivendicano la paternità”, il tempo s’incaricherà di svelarne la sventura, se non muteranno le situazioni. Un’altra “fuga dalla realtà”, il documento la tenta quando parla della scelta che “la passata amministrazione comunale” avrebbe “portato avanti, pagandone consapevolmente il prezzo”. Siamo alla confusione imperdonabile! Intanto, le “scelte” dipendevano solo dall’ufficio del commissario e dal tavolo di monitoraggio romano.

Altro che amministrazione comunale, che tutt’al più avrà detto: non capisco ma mi adeguo! Non contava niente il consiglio regionale figuriamoci un’amministrazione comunale! Ma la confusione sta nel fatto di sostenere che la “scelta condivisa dalla passata amministrazione e da molti sindaci”sia ricaduta sul presidio di area disagiata. È una fake news smentita, almeno per gli amministratori pennesi, dagli atti ufficiali, ignorati o non riletti dagli estensori del comunicato. Davanti a Paolucci avranno pure fatta la stessa scena, pressoché muta, osservata giorni fa negli ospiti del Governatore parlando di né Mare-né Monti, nonostante le decine di obiezioni e di quesiti possibili. Sennonché, il 13 ottobre 2015, nell’ufficialità del consiglio comunale, l’amministrazione non s’è espressa per “portare avanti la scelta del presidio di area disagiata” ma, approvando un emendamento del consigliere Giovanni Severo, per “1. richiedere al Commissario ad Acta per la Sanità della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso ed all’Assessore Regionale all’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale Silvio Paolucci di voler definire nel documento da consegnare al Ministro della Salute il prossimo 15 ottobre 2015 il presidio ospedaliero Sa Massimo di Penne quale ospedale sede di Pronto Soccorso come descritto nel punto 9.2.1…”.

Prima di avventurarsi in prediche di fantasia e martirizzarsi fuori luogo, andrebbero almeno letti i documenti! Se il Pd di Penne pensa che la passata amministrazione abbia pagato “consapevolmente” un prezzo, delle due l’una: o l’ha pagato per essere andata in pallone, non capendo più che tipo di presidio andasse cercando o l’ha pagato perché “consapevole” che la “scelta” dell’ospedale Sede di Pronto Soccorso, approvata dal consiglio, non sarebbe stata accolta dai suoi stessi sodali ai livelli sovraordinati. Lo sforzo, poi, per il “miglioramento di quanto previsto”, che sarebbe stato compiuto in solitaria dal Circolo di Penne del Pd è la dimostrazione che “l’unica soluzione” non era quella del presidio di area disagiata e che ve n’era anche un’altra, “migliorativa”. E, allora, miglioramento per miglioramento, stirare la normativa per stirarla, perché non il presidio Sede di Pronto Soccorso? Il silenzio nel quale il Pd dice di operare non è un merito. Magari non disturba il manovratore ma incoraggia chi, di qualunque colore politico, sia già maldisposto verso le zone interne, come è chiaro da molti decenni.

A volte alzare la voce è obbligatorio per sperare in un eventuale ascolto. Il silenzio agevola i riottosi o, peggio, chi è avverso.  Anche Cristo, con i mercanti nel tempio, perse la pazienza e alzò la voce! Lasciamo perdere, inoltre, i discorsi sulle “eccellenze”. Banali e anche ingenui, perché l’eccellenza è solo in parte frutto di una struttura, per dotazioni e organizzazione, essendo in parte quasi assoluta dovuta al personale sanitario che rende le prestazioni e che un ospedale non si può scegliere. Si recluta con i concorsi ai quali non si sa chi partecipa ma è difficile immaginare che, pur con i migliori macchinari, un Veronesi sarebbe venuto a lavorare al San Massimo, per ragioni intuitive. Comunque il Pd di Penne se si dà da fare, fa bene. L’augurio è che giungano anche i risultati. Quanto ai disabili della Paolo VI, il tema non è sanitario (purtroppo) ma sociale, dopo i due interventi normativi della giunta regionale che hanno ridisegnato i setting. Dunque, l’argomento esula da quello della sanità Vestina. Circa, infine, la posizione degli attuali amministratori comunali di Penne, ribadiamo l’opinione che sono come ciechi che fanno a pietrate. Le lanciano a destra e a manca sperando di cogliere qualche obiettivo. Ma ciò non esime il Pd dall’astenersi a muovere critiche per vizi altrui da loro stessi praticati (addossare le responsabilità agli altri), come dimostra lo stesso contenuto del comunicato, nel quale si piange più volte la “solitudine”. Tipico di chi si sente incompreso, sottintendendo di essere l’unico ad aver capito tutto! Fare come il bue che dice cornuto all’asino non conferisce né prestigio né autorevolezza. E lamentarsi della “cattiva informazione” contrapponendone un’altra pessima, non è di nessuna coerenza. È tempo che i reali bisogni dei malati siano posti al centro di ogni ragionamento e di ogni decisione.        

 

 Penne, 06 giugno 2018                                                                     Giovanni Cutilli